ESSERE IGNORANTI, QUESTO È IL PROBLEMA

PAESE-IGNORANTEC’è una precisa ragione storica per concordare sul titolo dell’Inkiesta.it.

Dopo il 1861 il nord Italia, impoverito e dissanguato dalle guerre, vinse la sua sfida contro un Sud più evoluto e ricco non solo depredando il tesoro borbonico, come ormai è acclarato dagli storici, ma soprattutto basandosi sulla maggiore cultura di base.

Il Mezzogiorno aveva centri di eccellenza scientifici sconosciuti al Nord, ma aveva anche una economia agricola i cui operatori (anche in ruoli apicali) non avevano alcun bisogno di saper leggere e scrivere, poiché tutto quel che c’era da sapere sulle lentissime mutazioni della natura era contenuto nella tradizione orale.

Il Nord, con una agricoltura più misera, aveva dovuto convertirsi ai cicli dell’industria, dove le mutazioni continue e le necessità di trasferimento rapido d’informazioni tecniche avevano costretto gli operai a imparare nuove forme e nuovi contenuti.

Già Manzoni dice del filandiere Renzo “…lo stampato lo sapeva leggere, mettendoci il suo tempo: lo scritto è un altro par di maniche…”.

Quindi le ricerche storiche di don Lisander attestavano il diffondersi di una cultura di base anche nel “vil meccanico” secentesco, mentre al Sud questa esigenza rimaneva del tutto sconosciuta.

L’invasione austriaca completò il processo, industrializzando fortemente il Lombardo-Veneto (il 75% per cento dell’industria locale originava da insediamenti austroungarici), quindi la popolazione fu in qualche modo indotta a leggere e scrivere: si avviò così una positiva crescita culturale e politica.

Al Nord si leggeva, l’editoria popolare era fiorente, lo scarto culturale era già in atto prima dell’unificazione.

A un Sud più ricco (ma di una ricchezza ferma nelle casse dei potenti) e certo più attrezzato nei poli scientifici si contrappose dunque un Nord con una alfabetizzazione di base molto più diffusa, che su questo costruì la sua prevalenza ed il suo successo.

“Cuore” di De Amicis (1886) è un’altra chiarissima testimonianza di come, a Torino, frequentassero le elementari anche i ragazzi più poveri.
Il muratorino, il figlio dell’erbivendola e il figlio del carbonaio imparavano a leggere e scrivere già a fine ‘800, e sedevano nei banchi al fianco del figlio dell’ingegnere, del dirigente, del borghese benestante.

Nel Sud, quegli stessi bimbi erano invece condannati all’analfabetismo e all’emigrazione, poiché la formazione di base non era ancora entrata nel novero delle necessità elementari di un popolo.

Asserire che l’ignoranza è causa di recessione, di scelte sbagliate, di abbassamento dei livelli di vivere civile, non è solo una valutazione di ordine politico e sociale.

Fa parte dei meccanismi fondamentali dell’economia. L’ignorante ignora, non sa, non conosce, non legge, non studia, si basa sull’esperienza e sul sentimento individuale e ne fa legge, creando in realtà antistoria.

Diffidiamo di chi dice “Gli intellettuali mi danno fastidio” o, peggio, “Il mio parere vale quanto il tuo, anche se tu hai studiato e io no”.

Quella persona ci sta portando verso il baratro.

PS: Checco Zalone, al secolo Luca Medici, attore, musicista e laureato in legge, non è un ignorante ma una persona colta che ci mostra il ridicolo e il pericolo dell’essere “ciucci e presuntuosi”.

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