LA BORGHESIA RIVOLUZIONARIA E I VICERÉ

Quando scrisse “I viceré”, Federico De Roberto non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato considerato come un radicale, un uomo contro, quasi un sovversivo.
Il suo affresco della nobiltà siciliana, avida e cieca, lo rese inviso agli occhi dei suoi critici che lo giudicarono troppo caustico verso la neonata unità d’Italia.
Croce commise l’abbaglio di stroncarlo, probabilmente per calcolo politico, l’aostano Sapegno nulla capì della sua prospettiva di meridionale.

E invece De Roberto era politicamente un moderato, un conservatore illuminato, comunque un borghese, figlio di un ex ufficiale e di una nobildonna, non certo un agitatore popolano alla Masaniello
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Ma da intellettuale borghese, come poteva De Roberto permettere che la vecchia nobiltà, tesa alla eterna conservazione del proprio privilegio, sbarrasse la strada a chi sa e chi può?
Come poteva consentire che i figli dei nobili avessero diritti superiori ai suoi, studioso e intelligente?
Che le sue frequentazioni con gli Scapigliati, che le amicizie con Boito, Giacosa Camerana, Verga e Capuana, che la sua profonda conoscenza di Leopardi valessero meno di un pezzo di terra?
Che lui e i suoi amici fossero costretti a raccattar le briciole dalla tavola, potendo contare al massimo su un ruolo da aio di corte?

Così fu che un borghese, per la “colpa” di reclamare i propri sacrosanti diritti, diventò un avversario dell’ordine costituito.
Ma né Sapegno né Croce (grande filofoso ma mediocre critico letterario, sbagliò clamorosamente anche con Pirandello) riuscirono a fermare la cavalcata dei Viceré. Dopo una partenza stentata, infatti, il libro si affermò decenni dopo come grandissimo romanzo storico.

Gli intellettuali borghesi del Sud, oggi, dovrebbero recuperare in pieno quella lezione preziosa. Invece che accettare supinamente lo status quo, dovrebbero rifiutare con tutte le proprie forze che il denaro e il potere siano concentrati in una sola parte d’Italia che non vuole cedere il proprio ingiusto privilegio.
Invece che torcere crocianamente gli sdegnosi baffi rispetto ad una visione diversa dell’Italia, giudicare serenamente che un uomo è un uomo, che non esistono superiorità per diritto di nascita, che ognuno vale solo per quel che è, per quel che sa e per quel che fa, che la Storia infine può (anzi deve) essere riscritta.

Devono parlare, scrivere, agire di conserva con l’economia per saldare una finta frattura tra impresa e cultura, frattura creata artificiosamente dai “nobili” del Nord per mantenere nell’ignoranza gli imprenditori e nella povertà gli intellettuali, così che siano concorrenti poco pericolosi.

Invece che mitizzare capitani poco coraggiosi e molto cialtroni, gli intellettuali borghesi meridionali dovrebbero assumersi la responsabilità e la grande fatica di fare più e meglio.

Col rischio che un antico professore senta traballare la sua cattedra e si rivolti astioso, certo.

Ma anche con l’orgoglio di far qualcosa di concreto per i propri figli.

Sì, è più facile e lucroso accodarsi al carro del nobile ricco e cinico.

Ma così non si rimane nella storia, non si scrive un romanzo epocale e non si lascia ai propri figli e nipoti un futuro di felicità, ma solo una prospettiva di emigrazione o di ossa spolpate ai piedi fetidi di chi banchetta lautamente.

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