E I COMUNISTI, ALLORA?

Non ritornerò sulla necessità costituzionale di esprimere una posizione antifascista.
Necesse est.
La Costituzione è Costituzione, e non si discute.
Finché non verrà cambiata, chi non si dichiara antifascista è fuori dallo Stato. E poco importa se lo faccia per intima convinzione oppure (come credo) per astuto calcolo elettorale. Le cose stanno così.

marx_duceMi incuriosisce invece l’ostinazione con cui, invece che scendere sul terreno dialettico, i simpatizzanti del fascio littorio replicano: “E allora i comunisti? Perché non ci si può dire fascisti, ma ci si può dire comunisti?”.

Non è, come sembra, solo una astuzia retorica per sviare il discorso, ma un clamoroso errore culturale e di prospettiva storica in cui tanti e troppi incorrono.

Fascismo e comunismo non hanno nulla a che vedere, non sono minimamente e lontanamente comparabili, e ciò indipendentemente dal valore sociale, politico o etico che vogliamo attribuire loro.

Non c’è un meglio e un peggio: non sono accostabili.

Quando parliamo di comunismo, parliamo di una corrente filosofica, economica e culturale che attraversò tutta l’Europa ed ebbe quali uomini di punta Marx ed Engels, due studiosi, non due politici, che a loro volta cercarono di tradurre in pratica socioeconomica le tesi del socialismo utopistico di Saint-Simon, Fourier, Proudhon, Owen ed altri, che a loro volta hanno una radice illuministica.
Parliamo di un pensiero la cui lenta evoluzione è durata due secoli.

Un pensiero filosofico ed economico, giusto o sbagliato (pseudoscienza, disse Popper), ma che non ha nulla a che fare con le sue derivazioni (o aberrazioni?) politiche che oggi identifichiamo nel leninismo, stalinismo, maoismo e chi più ne ha più ne metta, quelle sì fenomeni eminentemente nazionali e politici molto più vicini al fascismo e ad esso comparabili.
Insomma, se vogliamo comparare Karl Mark, dobbiamo compararlo ad Adam Smith, a David Ricardo, a John Maynard Keynes, non certo a Mussolini o Hitler. E lo stesso dicasi per il suo “comunismo”.

Il fascismo, invece, fu un movimento politico del tutto italiano, creato ex novo da un brillante giornalista che però non era né economista né filosofo né storico, movimento che bruciò la sua parabola in un ventennio senza lasciare traccia nel pensiero economico europeo.

E come poteva? Qual era il substrato culturale del fascismo? Da quali precedenti traeva la sua storia?
Nulla.
Non vi era nulla prima e non vi fu tempo, poi, di far crescere, decantare e maturare nessun pensiero organico. Troppa era l’urgenza degli italiani di trovare una risposta qualsiasi ai loro bisogni, troppa la voglia dell’ex giornalista dell’Avanti di scalare la vetta, troppa la voglia del Re (e ancor più degli industriali del Nord) di stroncare sul nascere i sindacati e il confuso socialismo italiano.

Andiamo a leggere le tracce nella storia.

Cosa contrapporre alla ponderosa opera di Marx, Engels e degli altri succitati?
I dieci deliranti capitoletti del “Manifesto della razza”?

Andiamo pure a spulciare “i libri del fascismo”.
Troveremo cinque o sei manualetti in tutto, tutti di dottrina politica o legislativa.
Nessun progetto economico, nessuna speculazione filosofica, nessuna visione organica del mondo e nemmeno dell’Europa.

Il comunismo ha alle spalle un pensiero economico, il fascismo solo una opportunità politica.

Il fascismo si identifica con Mussolini, capo di Stato e partecipe di un conflitto globale.

Il comunismo si identifica con un burbero pensatore innamoratissimo della moglie, che dopo la morte di lei, ormai povero in canna, si lasciò andare e morì consumato dal dolore.

Per questo chi si dicesse “comunista”, oggi, potrebbe farlo serenamente facendo esplicito riferimento a quelle teorie economiche e a quel pensiero.

Mentre se facesse riferimento ai mille dolori di santa madre Russia, dovrebbe avere l’onestà di dirsi “stalinista”, e meritarsi nel caso tutto il nostro biasimo.

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