LES GIRLS

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L’Italia delle ragazze vincenti e lavoratrici, che appassionano perché portano avanti un calcio operaio vecchio stile, prima al lavoro e poi al campetto. Piacciono, perché ridanno senso e logica allo sport oltre quel mercato delle vacche che è oggi il football maschile. Piacciono perché questa chance l’hanno sudata socialmente, oltre che atleticamente. Piacciono perché a fine carriera torneranno ad essere inserite perfettamente nel contesto sociale, scevre da rancorose e malinconiche conferenze stampa di addio. Piacciono perché sono parte del nostro quotidiano familiare. Piacciono, e tanto.

E tutto d’un tratto ti torna in mente il lombardo Carlo Tavecchio, ex presidente federale gioco calcio, che riteneva inutile spendere soldi “per quattro lesbiche”. Subito dopo, in seguito all’esclusione della nazionale maschile dai mondiali e travolto da una burrasca giudiziaria, fu costretto ad abdicare.
Un campione di eleganza, di stile e di lungimiranza: oggi le ragazze fanno cassa con i diritti tv, ma lui appena due anni fa non riusciva a prevederlo.

Ed anche un esempio di equità, il Tavecchio. Non è che disprezzasse solo le donne, eh!
Fu offensivo anche verso gli atleti di colore (“Poba prima di venire in Italia mangiava banane”) verso gli ebrei (“Gli ebrei bisogna tenerli a bada …Cesare Anticoli è un ebreaccio”) verso i gay (” teneteli lontani da me, io sono normalissimo”).

Tutto ciò detto da un dirigente dello sport, che è per sua natura un luogo dove, invece, ogni discrimine viene annullato, in quanto alla fine conta solamente chi è davvero bravo.
Ciò dimostra quanto siano distanti i vertici dalla base.
Gli sportivi veri sono altra cosa non solo da quelli sugli spalti, ma soprattutto da quelli negli uffici.

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