1923-2019. LEGGE ELETTORALE, BIVACCO DELLA DEMOCRAZIA

1923. La legge elettorale Acerbo fortemente voluta e anzi pilotata da Mussolini (Giacomo Acerbo era un fascista della prima ora e Mussolini era all’epoca ministro dell’Interno) sovvertì completamente la politica italiana.

Il suo impianto fortemente maggioritario faceva in modo che il partito di maggioranza relativa godesse automaticamente di una presenza pesantissima in Parlamento, potendo così governare praticamente senza limiti.

mussoliniLa strategia vincente del PNF fu il simulare un percorso democratico (una legge sottoposta ad approvazione) per assicurarsi il viatico verso i pieni poteri.

La furbata, però, era così rozza e palese da essere manifestata addirittura nel famoso “discorso del bivacco” di Mussolini, con parole minacciose e insolenti, inammissibili in qualsiasi contesto democratico.

“Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle camicie nere…Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere…Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il fascismo. Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.”

Parole che oggi indignano e che invece all’epoca suscitarono una flebile reazione.

Il punto, infatti, è questo.

Perché il Parlamento italiano tollerò questa volgarità, queste minacce fisiche, questo delirio di potenza? Perché la legge Acerbo, comunque sottoposta al vaglio del Parlamento, fu approvata, pur essendo il PNF in palese minoranza rispetto alle compagini liberali, moderate e socialisteggianti?

La risposta è semplice. Paura, divisione, bizantinismi, calcolo, viltà, cinismo.

Da un lato i miopi e cinici centristi diedero stolidamente il placet a Mussolini temendo una svolta socialista (che invece sarebbe stata auspicabile in una visione fordista di rilancio dell’economia italiana). Appoggiarono il PNF perché facesse “il lavoro sporco” di distruggere il socialismo italiano, scioccamente sicuri di poter controllare la rincorsa al potere del fascismo, firmando così il proprio suicidio politico.

Dall’altro i socialisti, pur di evitare il ritorno dell’infausto Giolitti, si mantennero su posizione ambigue, poco decise. Corrosi da profonde scissioni interne non seppero contrastare la Acerbo. Con l’eccezione di Turati, mente lucidissima, non seppero vedere nella sporca nuova legge elettorale il nemico da sconfiggere non solo avversandolo in Parlamento, ma comunicandone tutto il pericolo agli italiani. Un anno dopo, non seppero parimenti condurre allo sdegno gli italiani per l’assassinio dell’onorevole Matteotti, perpetrato sicuramente dai fascisti (Dùmini e soci erano sul libro paga di Mussolini). Si condannarono così prima al marginalismo e poi alla macchia, irrilevanti nel contrastare l’infamia delle leggi razziali e l’onta di una guerra da pezzenti, vilissima nei suoi obiettivi e comunque persa in partenza.

2019. Ancora oggi, la pigrizia, il calcolo, il cinismo e lo scarso peso politico dei nostri rappresentanti ci conducono costantemente a un passo dal baratro.

Si parla e si straparla di maggioritario, di presidenzialismo, di pieni poteri, di lacci e lacciuoli, di governi stabili e rapidi nella promulgazione ed esecuzione di nuove leggi, senza rendersi conto che tutto ciò equivale a fornire un grimaldello per il primo comandante da strapazzo che voglia fare il golpe e impadronirsi del Parlamento pur avendo la minoranza in aula.

Le scissioni, le liti, i calcoli elettorali, i bizantinismi non fanno null’altro che ricreare una pericolosa situazione di confusione, debolezza, incertezza in cui anche l’uomo della strada, alla fine, chiederà che qualcuno finalmente governi e amministri. Anche male, purché sia.

Possiamo permetterci questo terribile rischio, deboli tra i deboli in una Europa sempre più in crisi e pressata da venti di guerra?

Possiamo ancora una volta abbandonare etica, evoluzione, civiltà?

Dovremo in futuro guardare a questi anni con vergogna per la nostra colpevole ignavia?

La democrazia non è un bene eterno ereditato per diritto divino, ma una conquista quotidiana del pensiero e dell’impegno civile e politico.

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