LA VOCE DI FABER

Tra i tanti omaggi a Fabrizio De Andrè, tutti affettuosi ma non sempre riusciti, uno si eleva per la sua singolare maturità. Non è una serata-evento, ma un intero progetto artistico dedicato allo scomparso cantore genovese, già da anni in tour per l’Italia con lusinghiero successo. È il “ProgettoMusicaleDeandrè”, che nel suo concerto estivo presso il Castello Aragonese di Taranto ha confermato la solidità di una idea nata ben oltre le ricorrenze per il ventennale dalla scomparsa di Faber, costruita intorno alla voce di Filippo Scilleri, probabilmente uno dei pochissimi interpreti a poter cantare il mito senza temere confronti con l’originale.

Filippo Scilleri

Filippo Scilleri

Una personalità ormai matura, quella di Scilleri, che non ha bisogno di imitare ma anzi, nella sua forte e riconoscibile impronta vocale, rende giustizia alla diversità autorale e canora del genovese, che si ispirava a tanti ma era diverso da tutti.
Il suo De Andrè è al tempo stesso Fabrizio e Filippo, proposto con una intensità e una misura rare a trovarsi anche in cantanti celebrati. Ne esce un De Andrè molto emozionante, spudoratamente amato ma anche molto meditato e lavorato.

Progetto De Andrè: la bandIl gruppo al suo fianco è, del pari, in perfetto equilibrio musicale, allineato alle frequenze emotive e sonore necessarie: potente ma elegante, mai un suono di troppo, mai una forzatura, mai un prevaricare dei volumi, caso non frequente in un panorama di band che assordano senza suonare.
Il Castello Aragonese ha messo del suo nel trascinare l’entusiasmo del pubblico, con una cornice che definire magica è forse retorico ma assolutamente vero.
Come era vera la voce spezzata di Scilleri quando ha ammesso la commozione di poter finalmente suonare nel posto più bello della sua città natale.

Scilleri e BAndini

Scilleri e BAndini

Un’altra emozione grande e vera, poi, la presenza alla batteria di Ellade Bandini, musicista storico di De Andrè, che dopo una performance potentissima e strepitosa (72 anni e non sentirli!) ha voluto abbracciare il pubblico, uno per uno, per trasmettere un po’ di “quel profumo di buono che aveva Fabrizio“.
Con lui erano Marcello Ingrosso alle tastiere, Egidio Maggio e Giuseppe Pignatelli alle corde, Michele Ciavarella alle percussioni, Pasquale Angelini alla seconda batteria, Antonio Tamburrano alla fisarmonica, Giuseppe Lapiscopia ai fiati. Completava il gruppo Marika Tisei, affiancando ottimamente Scilleri nelle parti corali.
50027929_649701695465823_1423502060547997696_nUn evento da non perdere, da inseguire alla prossima occasione.
Siamo sicuri che a Fabrizio, uomo contro in tutte le occasioni, questo progetto che non è un omaggio ma un vero e proprio atto d’amore incondizionato, sarebbe piaciuto tanto.

ESSERE IGNORANTI, QUESTO È IL PROBLEMA

PAESE-IGNORANTEC’è una precisa ragione storica per concordare sul titolo dell’Inkiesta.it.

Dopo il 1861 il nord Italia, impoverito e dissanguato dalle guerre, vinse la sua sfida contro un Sud più evoluto e ricco non solo depredando il tesoro borbonico, come ormai è acclarato dagli storici, ma soprattutto basandosi sulla maggiore cultura di base.

Il Mezzogiorno aveva centri di eccellenza scientifici sconosciuti al Nord, ma aveva anche una economia agricola i cui operatori (anche in ruoli apicali) non avevano alcun bisogno di saper leggere e scrivere, poiché tutto quel che c’era da sapere sulle lentissime mutazioni della natura era contenuto nella tradizione orale.

Il Nord, con una agricoltura più misera, aveva dovuto convertirsi ai cicli dell’industria, dove le mutazioni continue e le necessità di trasferimento rapido d’informazioni tecniche avevano costretto gli operai a imparare nuove forme e nuovi contenuti.

Già Manzoni dice del filandiere Renzo “…lo stampato lo sapeva leggere, mettendoci il suo tempo: lo scritto è un altro par di maniche…”.

Quindi le ricerche storiche di don Lisander attestavano il diffondersi di una cultura di base anche nel “vil meccanico” secentesco, mentre al Sud questa esigenza rimaneva del tutto sconosciuta.

L’invasione austriaca completò il processo, industrializzando fortemente il Lombardo-Veneto (il 75% per cento dell’industria locale originava da insediamenti austroungarici), quindi la popolazione fu in qualche modo indotta a leggere e scrivere: si avviò così una positiva crescita culturale e politica.

Al Nord si leggeva, l’editoria popolare era fiorente, lo scarto culturale era già in atto prima dell’unificazione.

A un Sud più ricco (ma di una ricchezza ferma nelle casse dei potenti) e certo più attrezzato nei poli scientifici si contrappose dunque un Nord con una alfabetizzazione di base molto più diffusa, che su questo costruì la sua prevalenza ed il suo successo.

“Cuore” di De Amicis (1886) è un’altra chiarissima testimonianza di come, a Torino, frequentassero le elementari anche i ragazzi più poveri.
Il muratorino, il figlio dell’erbivendola e il figlio del carbonaio imparavano a leggere e scrivere già a fine ‘800, e sedevano nei banchi al fianco del figlio dell’ingegnere, del dirigente, del borghese benestante.

Nel Sud, quegli stessi bimbi erano invece condannati all’analfabetismo e all’emigrazione, poiché la formazione di base non era ancora entrata nel novero delle necessità elementari di un popolo.

Asserire che l’ignoranza è causa di recessione, di scelte sbagliate, di abbassamento dei livelli di vivere civile, non è solo una valutazione di ordine politico e sociale.

Fa parte dei meccanismi fondamentali dell’economia. L’ignorante ignora, non sa, non conosce, non legge, non studia, si basa sull’esperienza e sul sentimento individuale e ne fa legge, creando in realtà antistoria.

Diffidiamo di chi dice “Gli intellettuali mi danno fastidio” o, peggio, “Il mio parere vale quanto il tuo, anche se tu hai studiato e io no”.

Quella persona ci sta portando verso il baratro.

PS: Checco Zalone, al secolo Luca Medici, attore, musicista e laureato in legge, non è un ignorante ma una persona colta che ci mostra il ridicolo e il pericolo dell’essere “ciucci e presuntuosi”.

Via Matarrese da Bari.

“Non vuole mollare, è un dittatore, deve farsi da parte, la squadra non è sua ma della città, ma chi si crede di essere, se non può più reggere la presidenza deve cedere ad altri, ci vogliono i finanziatori stranieri, quelli con i soldi veri”.

Queste ed altre amenità da bar di periferia si dicevano sul presidentissimo Vincenzo Matarrese, a capo del Football Club Bari per quasi trent’anni (1983-2011).

matarrese_protesta_cartelloApparve in centro anche una finta targa toponomastica, nelle vicinanze di via Melo da Bari e via Sparano da Bari, che inventava una sarcastica e ambigua “Via Matarrese da Bari”; battuta, per quanto divertente, che segnava la fine del rapporto di amore con la tifoseria.

Nella prima decade del 2000 la situazione era tesa. La società mostrava segni di logorio (nulla a che vedere rispetto ad oggi) e Matarrese dichiarava di voler passare la mano, ma nel contempo affermava di non riuscire a trovare un sostituto all’altezza.

Si sedettero al tavolo delle trattative l’americano, un paio di italiani, alcuni imprenditori locali, ma niente da fare. Don Vincenzo non mollava.

Si scatenarono le critiche. Matarrese alla fine lasciò, forse solo per stanchezza e probabilmente sapendo già di essere malato (se ne andò pochi anni dopo).

Adesso, dopo la farsa/tragedia del Bari Calcio fallito e passato in due mesi dallo sfiorare la serie A al precipizio della D, sono apparse nuove scritte dedicate a don Vincenzo, ma nel cimitero barese, a due passi dalla sua cappella.

striscione-matarrese-cimitero-2“Tu sì che sei un vero presidente. Sempre a testa alta”.

Hanno capito finalmente, i tifosi, che i tentennamenti del presidentissimo nel cedere la mano erano dovuti unicamente al basso profilo dei pretendenti. Voleva il meglio per la società e la squadra, voleva dei leoni come lui a reggere la successione, e invece si trovava davanti astute volpi spelacchiate che puntavano solo a spolpare un animale ferito per poi mollarlo cadavere. Per questo rifiutò l’americano Tim Barton (rivelatosi poi un bluff a tutti gli effetti), per questo fu tiepido verso altre proposte: fu prudenza e sapienza, non malcelato senso di possesso.

Hanno compreso che Vincenzo Matarrese, andriese di nascita, amava visceralmente il “suo” Bari, cui era legato da un rapporto di vero affetto, temperato solo dalla sua saggezza di imprenditore che sapeva di dover far quadrare i conti per non trovarsi nella scellerata situazione odierna.

Non la stanchezza né la fatica lo sconfissero nel trovare più degni successori, ma l’inizio della crisi economica che impedì il sedersi al tavolo di solidi imprenditori dello sport. Il Football Club Bari passò così alle promesse di uomini che probabilmente conoscevano il sistema calcio, ma che non avevano alle spalle una solidità economica tale da garantire la navigazione nelle acque tempestose della recessione economica italiana.

Il resto è storia di oggi.

Ciò che sappiamo, tuttavia, è che la scritta ironica “Via Matarrese da Bari” oggi acquista tutt’altro senso.

Forse davvero, alla luce dei fatti odierni, sarebbe il caso di dedicare una via al patròn del Bari che, in una rissa verbale, urlò con rabbia ed orgoglio ad un suo avversario/presidente: “Noi siamo da serie A!”.

L’INSAZIABILE

messalinaGiovenale ci narra Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, come donna dagli insaziabili appetiti sessuali. Nella VI Satira (detta anche “Satira contro le donne”) egli descrive la morale dell’imperatrice dando vita ad una serie di leggende, modi di dire, racconti, film scollacciati e finanche porno.
Riporto un passo.
«…Claudio, che cosa ha sopportato. Quando la moglie si accorgeva che il marito dormiva, osando l’Augusta meretrice mettersi dei cappucci da notte e preferire al talamo del Palatino una stuoia, lo abbandonava…
Così, mentre una parrucca bionda nasconde i capelli neri,
entra nel caldo lupanare dalle tende vecchie… allora, nuda con i capezzoli dorati, si prostituisce col nome di Licisca
e offre, o nobile Britannico (figlio di Messalina, ndr) , il ventre da cui tu nascesti..
Accoglie generosa chi entra e chiede il prezzo
e di continuo, sdraiata, assorbe i colpi di tutti.
Poi, quando il lenone manda via le sue ragazze…ardendo ancora per l’eccitazione della sua vulva turgida e, spossata dagli uomini ma non sazia, se ne va…e porta l’ignobile odore del lupanare nel talamo nuziale. »

Tutto molto divertente.
Peccato che la satira sia stata scritta tra il 100 e il 127, quando Messalina era morta da 60 anni e passa (fu assassinata nel 48).
Peccato che anche Britannico, figlio di Messalina, fosse morto e stramorto, ucciso nell’anno 55 da Nerone.
Peccato che l’invocazione al nobile Britannico, se intesa come avvenuta in un tempo passato, sarebbe stata fatta a un bambino di pochi anni, poiché quando morì Messalina, giovanissima, il “nobile” Britannico ne aveva sei o sette al massimo.

Quello che voglio dirvi è che le bufale sono sempre esistite e sempre esisteranno.
E se le ripetete stolidamente senza controllare, rischiano di confondere la Storia.
Volete veramente essere complici di questa infamia?
Volete veramente essere il braccio destro di uomini politici da cui non otterrete NULLA?
Volete veramente sentirvi come gli scherani dei moderni Goebbels, che teorizzava : “Ripetete 1000 volte una bugia e diventerà una verità…Farò credere ai tedeschi qualsiasi cosa”. ?
Questo volete?
Esistono i siti “antibufala”, esiste wikipedia, esistono le agenzie.

Prima di condividere puttanate, prima di soddisfare la vostra insaziabile voglia di protagonismo e così rendere gli ebrei autori del complotto sionista, i comunisti mangiatori di bambini e gli artisti tutti portajella, almeno controllate.

E poi riflettete. “Sto facendo del male a qualcuno, condividendo questa notizia”?

BALZANA BALZERANI

C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te“.
BARBARA BALZERANIFin qui Balzerani.
Cui sfugge, credo, il fatto che le vittime non possono avere il monopolio della parola semplicemente perché la bocca gli è stata chiusa per sempre.
Se invece parliamo dei parenti delle vittime o parliamo dei sopravvissuti, ebbene non è mestiere ma un trauma che permane e durerà per sempre.
Perché non dovrebbero parlare del proprio dolore, quelle poche volte in cui qualcuno si ricorda anche di loro?
Non è che il padre, il marito o il fratello siano morti di infarto, diciamocelo.
Sono stati crivellati di pallottole e quella morte è stata preceduta da ore, giorni, anni di ansia.
Come possono i parenti di Moro e degli altri assassinati tacere dopo quei giorni di terrore, veglia e dolore?
Vogliamo chiamare questo “mestiere di vittima“?
Non è un mestiere, è solo un dolore che non si spegne né potrà mai spegnersi.
Nessuno di loro, credo, ha mai cercato di “fare la storia”.
Gli strali, pochi e flebili in verità, sono stati rivolti molto più spesso alla parte politica cui apparteneva Moro, piuttosto che ai carcerieri e agli esecutori del crimine, poiché con questi ultimi ogni dialogo era ed è ancora inutile.
Dico che è ancora inutile, poiché permane da parte della ex BR la nolontà pervicace nel non voler guardare la storia da lontano, oggettivarla e prenderne le distanze, come hanno fatto altri terroristi a sinistra e destra (non tutti e non troppi, in verità).
Di certo, molti terroristi non hanno capito ancora che, a parte l’orrore di un omicidio, il rallentamento della crescita politica italiana è da attribuire principalmente a loro, che lo accettino o no.
La politica italiana è ristagnata maledettamente negli anni di piombo soprattutto perché l’italiano medio ha preferito la conservazione alle terrorizzanti pistole nere e rosse, com’era assolutamente prevedibile.
Non parliamo per carità cristiana dei loro confusi proclami, rispetto a cui le dichiarazioni dell’ultimo dittatorello dell’ultimo staterello del mondo sono lucidissime analisi degne di uno statista.
Nessuna persona di buon senso li avrebbe mai potuti prendere come un percorso politico ragionevole, con qualche possibilità di riuscita.
I terroristi rossi e neri erano manovrati?
Probabile.
Ma nemmeno ora sono capaci di riflettere su questo.
Sognano ancora di “fare la storia” e invece sono stati strumenti dell’immobilismo, della conservazione, della tensione, della corruzione, della criminalità, la mota paralizzante in cui ancora oggi noi italiani ci dibattiamo.
Le parole di Balzerani riflettono la miopia di un pensiero politico senza prospettive, che si è sconfitto da solo e che continua ogni giorno a sconfiggersi poiché non accetta riflessione né dialogo.

PAROLE A FONTANA

220px-Difesa_della_razzaA proposito dello sproloquio leghista.
La destra si trincera dietro la presenza della parola razza nella Costituzione.
Ricostruendo, pare che in fase di stesura la DC volesse eliminare il termine perché scientificamente infondato. Fu il PCI a chiedere di mantenerlo, per chiarire la posizione dello Stato in riferimento alle discriminazioni nazifasciste sulla razza.
In sostanza, volevano farsi capire dal popolo e chiesero di usare un linguaggio “basso”.

Oggi sappiamo che la parola razza nella Costituzione italiana ha perpetrato un infame equivoco che ci accompagna da bambini e che ritorna non solo nel lessico colloquiale, ma nella nostra idea dell’essere umano.

Questa è la dimostrazione delle enormi caxxate che si possono produrre quando non si usa una lingua precisa, corretta e documentata in senso etimologico, ma anche storico e scientifico.

Alla faccia di chi ripete ossessivamente il mantra:
Parla semplice, se no la gggente non capisce“.

CHE, EROE SFIGATO

Ernesto GuevaraGiornata di sole, stamattina. Quasi calda. Eppure la signora in macelleria indossa la pesante e voluminosa pelliccia che non vedeva l’ora di sfoggiare, naturalmente abbinata a scarpette di vernice col tacco.
Il dialogo con l’amica non-pellicciata è fitto, si parla di pellicce e del fatto che ” …e no, con meno di diecimila euro non puoi avere una pelliccia buona, infatti l’altra l’ho pagata quindicimila, pure io, però da quell’altro sul corso etc”.

Soffro.

Poi prevale l’istinto di conservazione, la tentazione si fa irresistibile e, dopo una ricerca veloce sul Tubo, dal mio smartphone si eleva limpida la melodia di “Comandante Che Guevara”, cantata dagli Inti Ilimani.
Le due tipe si smarriscono, perdono il filo, si guardano intorno ma non realizzano che gli andini cantano dal mio taschino. Non parlano più, han già scordato ciò che stavano dicendo, non capiscono, ma finalmente il macellaio le serve, interrompendo per sempre sia il loro imbarazzo, sia la stucchevole e un po’ oscena discussione.

CheGrande Che. Il più sfigato, il più illuso, romantico, generoso e inconcludente degli eroi rivoluzionari, a cinquant’anni dalla sua morte fa ancora il suo dovere e difende gli oppressi dalle stronzate in coda agli acquisti.
Hasta la victoria siempre, comandante.
Venceremos, almeno dal macellaio.

FEDELI: 7 IN CONDOTTA, BOCCIATA

scuola devastataTrovo aberrante l’eliminazione della bocciatura per cattiva condotta alle scuole medie.
La bocciatura col famigerato “sette in condotta” non era uno spauracchio, era un segnale di profondo civismo.
Significava “Non basta che tu sia accettabile o anche bravissimo nel tuo lavoro. Ti devi comportare bene con la società, col tuo prossimo e le istituzioni“.
Ora, invece, come faremo a spiegare a un cittadino che non si urla per strada quando la gente dorme, che non si parcheggia sugli scivoli per i diversabili, che non si saltano le code, che non si butta la spazzatura per strada, che non si danno le mazzette per avere vantaggi immeritati, che non si usa violenza sui deboli?
Alle medie lo hanno promosso con una pigra sufficienza, anche se imbrattava i banchi della scuola e faceva casino mentre la prof spiegava, no?
Quindi le regole sono quelle: basta un cinque risicato, e sei promosso nella vita.
Quindi il vigile che ti multa è un sopraffattore, quindi il carabiniere che ti arresta è un infame, quindi chiunque ti dica “No!” è un mascalzone.
È così che si crea e si radica profondamente la cultura dell’illegalità.
Ma nessuno degli scienziati del ministero ci ha pensato, tutti ansiosi solo di snellire le procedure “che siamo sottopersonale e soldi per gli scrutini lunghi non ce ne sono“.
E quindi via, tutti a spaccare le sedie allo stadio, che tanto ci promuovono comunque!

SAN VASCO è DECOLLATO

Vasco_oForse, se solo i suoi fan si soffermassero ad analizzare davvero il testo di “Vita spericolata”, capirebbero che è la lucida e crudele autodenuncia di un fallimento.
Loro invece ci si beano. Sarà.
Detto questo, a me il Vasco giovane, supercafone di provincia autocritico e cinico, piaceva moltissimo.
Pochi come lui hanno saputo denunciare l’atteggiamento provincialotto della sinistra italiana fintamente rivoluzionaria con le sue feste strapaesane di matrice cattolica, la saturazione anticulturale delle TV private, la mediocrità dell’italiano di destra che si sente un eroe ma si perde dietro la prima figa che passa.
Colpa d’Alfredo, Bollicine, Vado al massimo, Voglio andare al mare, erano canzoni che confessavano senza sconti un fallimento coatto da giovane disoccupato di Quarto Oggiaro, una felicità miserabile a base di alcool e sballo perenne.
Poi è diventato un banalissimo santone all’italiana, un normale cantore d’amore che con i suoi “eh…ah…dimmelo te…non ci credevi eh? ” ha francamente rotto le balle, diciamocelo.
Una canzone come “L’Italia siamo noi” di De Gregori, “Una notte in Italia” di Fossati, “Genova per noi” di Conte, o “I giardini di marzo” di Mogol/Battisti non l’ha mai scritta né mai la scriverà.
Ma l’Italia ha bisogno di santi su cui scaricare i propri peccati, e Vasco lo è. Un santo cattolico a tutto tondo, con tanto di fedeli in processione e isterie collettive.
Una nota, però.
L’ho visto molti anni fa, a Bari, sul prato, a dieci metri dal palco.
La Steve Rogers Band era l’unica VERA rockband italiana.
Un sound perfetto, potentissimo e trascinante. Niente a che vedere con le esangui band pop dell’epoca. Dieci e lode.
Incastonato in quel gruppo, Vasco era un grande surfer che cavalcava alla grande l’onda del rock.
Unico problema: c’era tanto di quel fumo nell’aria che riempiva l’intero prato. Giuro, non è un’iperbole: dopo dieci minuti anche chi non fumava era completamente perso.
Erano tutti in delirio, ma avrebbero lanciato reggiseni anche a Orietta Berti, se avesse sostituito il Blasco all’improvviso.

TACCIANSI LE DONNE

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Per caso leggo un post di uno sconosciuto esponente di Forza Nuova, movimento che si definisce “di ispirazione cattolica”, il quale per zittire una sua contestatrice le rivolge alcuni versetti di San Paolo che oggi potremmo riassumere nel motto “Taci, sei donna”.
Parole datate e oggi quasi ridicole che per un verso ci dimostrano quanto il cristianesimo odierno si sia evoluto, specie se confrontato ad un certo Islam.
Dall’altro verso però ci dimostrano quanto sia infondata la pretesa di analisti come il vaticanista Aldo Maria Valli, che in una recente discussione con Augias ha detto a un dipresso: “Sì, è vero che anche il cattolicesimo si è macchiato di colpe inenarrabili nel passato, ma queste sono una deviazione rispetto al messaggio cattolico, mentre la conquista violenta è connaturata al messaggio islamico”.
L’uso strumentale delle parole di San Paolo ci dice invece, e con quanta chiarezza, come qualsiasi assassino e imbecille possa prendere un versetto a caso di un libro scritto duemila anni prima e urlare “Dio lo vuole” per sfogare il suo odio verso uomini e donne, ci conferma che il relativismo etico sia una necessità dell’evoluzione e che le religioni oltre a plasmare la storia ne sono da essa plasmate, che anzi questo processo è necessario e che fermarlo genera mostruosità.
Ogni fondamentalismo che tiri per la giacchetta i suoi testi “sacri” senza riflessione storica è da aborrire. Il signore di FN è un terrorista potenziale.